Sayonara – Parte 2


Immergo nuovamente il piede e poi anche l’altro. Scendo i gradini con la stessa rassegnazione di un’aragosta che affonda nell’acqua bollente.
I cinque mi seguono con lo sguardo fino a quando la mia testa scompare sotto il livello dell’acqua, poi riprendono a parlare.

Resisto per dieci anni dentro quell’acqua, anche se a loro saranno sembrati dieci secondi. Cerco di uscire mantenendo un contegno. Correre ed urlare imprecazioni non sarebbe un comportamento consono al luogo.
Mi verso sulla testa una tinozza di acqua gelida e poi mi immergo accanto ai miei cinque nuovi amici, consapevole di aver guadagnato il loro rispetto.

Io e Franci avevamo concordato un’ora e mezza di bagno ma la realtà è che dopo 20 minuti non sai davvero che altro fare.
Esco dalla vasca e ripeto tutte le operazioni di lavaggio. Alterno acqua calda e fredda giusto per perdere tempo, non per altro.
Rientro nella piscina e i cinque amici se ne vanno. Quando il secco esce dall’acqua posso vedere distintamente i suoi tatuaggi. Dal collo alle caviglie, l’ago ha percorso quel corpo senza pause, risparmiando solo mani, piedi e genitali. Tutto il resto è tatuato, e intendo proprio tutto.

Rimaniamo nella vasca io e il mio nuovo amico, un ragazzino che si prepara a diventare lottatore di sumo. Avrà 18 anni, capelli raccolti in una crocchia e la capacità di resistere alle alte temperature.
Prima di venire nella vasca con me è stato nella pozza infernale per almeno 5 minuti.
5 minuti durante i quali la sua faccia non ha tradito la minima emozione.

Non è passata nemmeno un’ora. Preso dalla noia ripasso tutte le fasi del lavaggio e faccio un giro in tutte le vasche, compresa quella dell’acqua gelida. L’unica che evito è la porta dell’inferno.
Rientro nella vasca principale, quella in cui stavano i miei 5 amici, e mi accomodo in uno degli angoli. Il getto dell’idromassaggio mi massaggia la schiena ma dopo un po’ lascio il posto al giovane lottatore che ne ha più bisogno di me.

Mi sposto nella nicchia accanto. Sembra non succedere niente quando, ad un certo punto, sento il torace ed i muscoli sul costato contrarsi come in preda a dei crampi, come se ci fosse qualcuno lì a stringere e torcere.
Mi allontano fingendo indifferenza, dopo tutto siamo in Giappone, ma sono terrorizzato. 
Dopo un paio di minuti torno allo stesso posto ed accade la stessa cosa ad entrambe le braccia. Immaginate una mano invisibile che vi afferra il muscolo, lo stringe e lo tira a sé. La sensazione è esattamente quella.

Mi posiziono nel mezzo, tra i due elettrodi, e solo in quel punto la cosa è sopportabile. Rimarrò lì per una ventina di minuti, costretto da una subdola forma di sindrome di Stoccolma ad amare quella cosa che mi stava facendo male.

Di cosa si trattasse lo scoprirò solo una volta uscito. 
Si chiamano “bagni elettrici”, in giapponese denki buro, e sono delle vere e proprie scariche elettriche che servono a curare i reumatismi, artrite e, qualcuno dice, pure il cancro.
Comunque sia, fatelo solo se sapete a cosa andate incontro perché potrebbe essere una delle esperienze più traumatiche della vostra vita.

Dopo un’ora e mezza ci rivestiamo ed usciamo dall’onsen. Profumiamo come due chierichetti e fuori ha smesso di piovere. 
Ci dirigiamo verso il Golden Gai, una zona del quartiere Shinjuku. Particolarità di questo angolo di Tokyo, è che ci sono circa 200 bar in un’area grande quanto un campo da calcio.
Sono tutti a tema e ognuno può ospitare dalle 5 alle 10 persone, non di più.

Qui incontriamo Ginevra, che studia alla LIUC e ha avuto la possibilità di fare un anno all’estero. Ginevra era mia collega ai tempi di Brightly ma era, soprattutto, la mia spalla e compagna di balcone durante le innumerevoli pause-sigaretta. 
Giriamo come topi per tutti i vicoli di Golden Gai, raccontandoci le nostre storie, e poi ci infiliamo nell’unico posto che sembra avere abbastanza spazio per 3 persone. Un piccolo bar a tema Heavy Metal in cui prendiamo un paio di birre e pop-corn gratis.

Io e Fra abbiamo i minuti contati quindi ci incamminiamo tutti e 3 verso Shinjuku dove prendiamo la metro. 
Scendiamo a Tokyo Station per recuperare le valigie prima che la Vip Lounge chiuda e mangiamo una cosa al volo.
È strano pensarci adesso ma quello è stato l’ultimo passaggio nel luogo che, più di ogni altro, ha contraddistinto la nostra avventura: il fast-food.
È un luogo fortemente giapponese. Si serve cibo giapponese, si ordina attraverso un video-poker ed i piatti arrivano rapidi come lo Shinkansen.

I commensali, quasi sempre impiegati, non parlano. Tengono la testa bassa, sul telefono o sul piatto, rivolti verso il muro o separati da pareti di plastica. 
Può sembrare il luogo più triste del mondo e le prime volte che ci vai lo pensi davvero. Poi, però, capisci che di fatto è l’unico angolo di solitudine, l’unico rifugio al di fuori dell’alcolismo. 
È davvero l’unico posto in cui i giapponesi non si sentono obbligati a piacere a qualcuno, a simulare un sorriso, a forzare un inchino.
Sono soli, rilassati, consapevoli di bastare a loro stessi anche se per una mezz’ora al giorno.

Risaliamo in metropolitana. Il volo per Taipei è alle 6 di mattina ma non ci sono mezzi durante la notte, quindi passeremo la notte in attesa del nostro aereo. 
Sul treno vediamo solo facce occidentali, musi bianchi. Chi triste, chi appisolato, chi ancora incredulo.

La notte in aeroporto la passo esplorando. Siamo ad Haneda, l’aeroporto più grande che abbia mai visto. 
Ma è tutto chiuso, la gente dorme lungo i suoi corridoi, e sembra un paese fantasma.

Verso le 5 ci chiamano. L’imbarco è rapido, ci mancherebbe, ed il volo parte puntuale, ci mancherebbe. Speravo che i giapponesi ci sorprendessero proprio sul finale ma invece no, perfetti e prevedibili come sempre.

Istruzioni sulla sicurezza: le uscite sono qui e lì, le cinture si infilano così, se l’aereo sta precipitando mettete il giubottino. Nessuno le guarda mai. L’aereo fa il rollaggio poi una spinta forte e, infine, si decolla.

E finalmente lo vediamo.
Mentre sotto di noi si delineano le coste e le città diventano luci sempre più fioche, il sole sorge oltre l’orizzonte. Il Sol Levante.
Un nuovo giorno per la terra, ancora una volta, comincia in Giappone.
Un Paese così bello che forse non lo capirò mai.

Però, mentre voliamo sopra le nuvole e sotto di noi solo chilometri di oceano, mi perdo nel ricordo di questi mesi.
Kyoto, capitale per sempre, i ratti del G.P., le facce sconosciute e quelle che già son diventate amiche, e poi Nara e Kobe, il castello immortale di Himeji e la città fin troppo mortale di Hiroshima, i giovani di Fukuoka, le stranezze di Nagasaki, l’autostop con la lingua dei segni.
E infine Tokyo, capitale del mondo, e il monte Fuji, casa di dio.
Pensavo non mi avessi dato niente e invece, che cazzo, mi hai dato ricordi per una vita intera. 


Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.