Sayonara – Parte 1


Al ritorno dai due giorni ai piedi del Fuji troviamo sistemazione nel peggior ostello di Tokyo. 
Arriviamo nel quartiere di Toshima e ci mettiamo alla ricerca dell’Hotel Azalea lungo una delle vie principali del quartiere. Andiamo avanti e indietro almeno 3 volte senza vedere un’insegna, una targa. 
Attorno a noi ristoranti e negozi ravvivano una via che poco ha di turistico.
Al terzo passaggio decido di affidarmi a google maps e mi dirigo verso il punto indicato.

Non può essere, mi dico, questo è un garage. 
Eppure c’è scritto Azalea, il margine d’errore si riduce a zero. 
Entriamo in un vicolo più stretto di un ascensore, sulla sinistra la porta della reception: chiusa. 
Su un foglio sono elencati dei nomi e troviamo anche i nostri con il numero di stanza a cui siamo stati assegnati. 
Saliamo le scale ed entriamo.

Non erano tanto la moquette lurida, l’odore di spaghetti precotti o la montagna di scarpe abbandonate in un angolo quanto la sensazione di totale abbandono a noi stessi.
Camminiamo alla ricerca della nostra stanza, è l’ultima al fondo del corridoio, e quando vediamo che ci sono solo 4 letti tiriamo un sospiro di sollievo. 
Gli altri due sono occupati e deve essere una coppia, a giudicare dalle dimensioni delle ciabatte che hanno lasciato qui.

Ci sistemiamo e, nel frattempo, arrivano anche gli altri due.
Lui, che deve essere simpatico come un crotalo, quando vede che nella sua stanza ci sono altre persone sbuffa e alza gli occhi al cielo.
Dopo altri 5 minuti arriva un ragazzo che si presenta come “uno della reception”. Indossa una maglietta e delle bermuda a righe e ha l’aria di chi si è appena svegliato dopo una dormita di un mese. Gli paghiamo la notte e poi sparisce. Non lo rivedremo mai più.
Visto che non ci sono armadietti, andiamo a cena portandoci dietro tutte le cose di valore che poi sono solo i portafogli.

Il giorno dopo facciamo in fretta per andarcene da quel posto il prima possibile. La coppia ha levato le tende verso le sei di mattina quindi non troviamo coda per la doccia. 

Lasciamo gli zaini in una Vip Lounge vicina alla stazione di Tokyo e poi partiamo per quella che sarà l’ultima giornata in città.
Il primo obiettivo è spedire i regali in Italia. Lo abbiamo già fatto a Kyoto quindi andiamo più o meno a colpo sicuro individuando un ufficio postale dalle parti di Shibuya. 
La situazione che ci troviamo davanti è il grande classico della commedia giapponese. Non c’è persona che sappia una parola d’inglese ma sono tutti disposti ad aiutarci.

Nello specifico troviamo un signore prossimo alla pensione a cui sottoponiamo questo difficile rebus: dobbiamo spedire in Italia ma non abbiamo un indirizzo giapponese di partenza, usiamo la spedizione più economica, ci serve una scatola già affrancata, qualcuno deve compilare le cose per noi perché il giapponese non lo conosciamo.
Il poveretto avrà maledetto ogni istante passato con noi ma è giapponese, quindi sorride e fa dei piccoli inchini con la testa.

Facciamo pranzo in un fast food mentre comincia a piovere, un po’ fuori e anche un po’ dentro di noi. 
L’unico impegno che ci rimane è quello di andare in un onsen, un bagno termale tradizionale.
Negli onsen più antichi è proibito mostrare grandi tatuaggi, soprattutto se colorati, perché richiamano alla loro mente le bande criminali della Yakuza quindi spulciamo dei forum online per individuarne uno più libertario.

Ne troviamo uno dalle parti di Shinjuku e attraversiamo il diluvio pur di arrivarci. Paghiamo 460 Yen (€3,50) e una signora ci spiega le regole: ci si spoglia completamente, ci si lava e poi si entra nelle vasche.
Nonostante la nostra decennale esperienza in fatto di saune e bagni turchi non siamo preparati a quello che sta accadendo.

In generale gli stranieri non sono ben visti negli onsen in virtù di quella innata superiorità che i giapponesi pensano di aver ereditato dagli dei. Gli stranieri sono, ai loro occhi, sporchi e maleducati e rischiano di rovinare quell’esperienza metafisica che è il bagno pubblico.
Ci si spoglia dei vestiti perché nei bagni si è tutti alla pari, non esistono gradi né gerarchie, e perché si è più predisposti a parlare senza timori con gli altri.

Entro nel lato riservato agli uomini e trovo immediatamente lo spogliatoio. Una stanza umida con una panchina nel mezzo e gli armadietti lungo il perimetro come quelle dei college inglesi. Cinque giapponesi stanno parlando animatamente ma appena mi vedono smettono ed entrano nel bagno vero e proprio.
Mi spoglio e l’unica cosa che mi sento addosso è la sensazione che avevo a 6 anni, quando i miei genitori mi costrinsero a provare il Karate: che cazzo ci faccio io qui?

Apro le porte dei bagni. Di fronte a me due file di rubinetti ad altezza ginocchio, una pila di sgabelli di plastica e una di bacinelle colorate. Di fronte ad ogni rubinetto c’è uno specchio e tra un rubinetto e l’altro dei saponi, uno shampoo e un bagnoschiuma.
Gli uomini sono già nelle vasche, quindi faccio richiamo all’unico riferimento culturale che ho in merito a questo tipo di esperienza: Ranma 1/2.

Prendo uno sgabello e lo piazzo di fronte ad uno dei rubinetti. L’immagine che vedo nello specchio è quella di un uomo che teme di essere deriso perché non sa nemmeno come cazzo ci si lavi.
Riempo la bacinella di acqua calda e me la rovescio addosso. Do un’occhiata ai tizi nella vasca, facendo la faccia da duro. Fin qui tutto bene.
Ripeto per un paio di volte e poi comincio ad insaponarmi. Mi rovescio addosso altre tre bacinelle e sono pronto.

Entro nell’unica vasca vuota. Ha le dimensioni di una piscina per bambini e ci si accede da una scaletta in muratura. 
Quando metto un piede dentro l’acqua capisco perché nessuno ci era entrato. Lo tiro fuori dall’acqua ed è rosso e gonfio come un cotechino.
Ormai, però, sono qui e non posso far la figura dello stupido.
I giapponesi mi guardano in silenzio. Solo ora noto che uno di loro, quello che sembra il capo, è magrissimo e coperto di tatuaggi.

Ecco, più o meno così.

A domani per la seconda parte.


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