Fuji-san, al cospetto di Dio


Dopo 5 giorni a Tokyo decidiamo di uscire dalla città e regalarci due giorni ai piedi del Monte Fuji. È una vita dura, lo so.

Il Monte Fuji, o Fuji-san, è uno dei luoghi più conosciuti e riconoscibili del mondo. Un cono di pietra nera alto 3.700 metri, con una colata di neve in cima che si espande o restringe a seconda della stagione.

A me ricorda i colori dell’aquila americana anche se, quando l’ho fatto presente a Francesca, lei prima ha guardato la montagna, poi ha guardato me e infine ha detto “bah”.

Cazzo, è uguale

Partiamo di mattina presto dall’ostello, carichi come bestie da soma perché ancora non abbiamo spedito i regali.
Quando saliamo sulla metro ci rendiamo conto di essere in un ritardo feroce quindi facciamo di corsa tutto il pezzo fino alla stazione degli autobus.
Arriviamo mentre l’autista sta accendendo il motore e ci fa salire anche se siamo in un vergognoso ritardo di 28 secondi.
I nostri compagni di viaggio sono tutti over 70, diretti al lago Kawaguchiko per non fare un cazzo e andare alle terme. La nostra idea iniziale era quella di arrivare fino alla cima ma la stagione delle scalate si apre a Luglio, quindi è molto probabile che faremo come loro.

Per i giapponesi il Fuji è più un’ossessione che una montagna. 
Non solo è solo casa dei kami e una delle 3 cime sacre, assieme ai monti Tate e Haku, ma oggetto e soggetto di leggende, favole e raffigurazioni
(bellissime, a tal proposito, le ‘Trentasei vedute del Monte Fuji‘ di Hokusai)
e ad ogni giapponese shintoista è chiesto di recarsi sulla sua cima almeno una volta nella vita.

Potrei sbagliarmi ma gli unici luoghi che godono della stessa considerazione, nel mondo moderno, sono Gerusalemme, La Mecca e lo Juventus Stadium.

Ed effettivamente non so cosa sia, se la perfetta simmetria della sua forma o l’energia magnetica generata dal magma, ma quando sei al suo cospetto non puoi fare a meno di guardarlo.
E vi sembrerà assurdo ma per quasi 24 ore non abbiamo fatto altro, come se l’universo avesse lì il proprio epicentro.

Dopo esserci sistemati in camera, infatti, siamo saliti sul terrazzo e abbiamo guardato il Fuji per almeno un paio d’ore. 
Poi abbiamo cenato e di nuovo a guardare il Fuji fino a notte inoltrata, quando il cielo si confonde col suo profilo e l’unica cosa che vedi è il riflesso della luna sulle sue nevi.

Il giorno dopo decidiamo di fare un giro attorno al lago Kawaguchiko ma solo per non stare seduti ore a guardare una montagna. 
Saliamo a fatica su un bus strapieno e scendiamo in un punto deciso più sulla base del prezzo del biglietto che dell’interesse per il luogo. 
Camminiamo lungo la riva per circa due ore. Non c’è assolutamente niente di niente se non alberghi e ristoranti tristi.

Il lago non ha nulla di particolarmente bello ma è un lago da cui si vede il Monte Fuji. In certe giornate il monte riesce a specchiarsi nell’acqua così nelle foto puoi averne addirittura due.

Camminiamo per qualche chilometro incontrando solo qualche pescatore ed un miliardo di zanzare, quindi torniamo indietro fino alla prima zona abitata. 

Ora, se questa montagna sia magica non lo so ma quello che si può vedere è come magicamente attragga una folla di turisti che, altrimenti, da queste parti non passerebbe manco per sbaglio.
E, grazie a questo passaggio, negli anni 60′ aprirono un parco divertimenti tutt’ora attivo, il Fuji-Q Highland. Un miscuglio super-trash di tutto quello che piace ai giapponesi.

Picture by Natasha Puente

Ad alimentare l’atmosfera mistica di questi luoghi ci pensa, inoltre, la foresta dei suicidi, Aokigahara, che sorge ai piedi del vulcano.
Durante il 1800 iniziò il fenomeno degli ubasute, con le famiglie che accompagnavano in questo luogo gli anziani perché potessero darsi la morte.
Adesso nessuno porta più gli anziani a morire ma molte persone vanno a togliersi la vita in questo luogo, che ha un tasso di suicidi secondo solo al Golden Gate Bridge di San Francisco.

Noi non siamo riusciti ad andarci ma lo ha fatto Natasha, la ragazza messicana che lavorava con noi a Yangshuo. Potete leggere la sua storia qui.

Dopo il giro decidiamo di fermarci di fronte ad un Lawson. Mangiamo un panino in riva al lago, seduti su una panchina, e tutto quello che possiamo fare è rivolgere lo sguardo verso il monte.

Cara montagna, il nostro tempo in Giappone sta finendo. Fra due giorni niente più Samurai, Shogun o Sushi. Niente inchini e niente arigato, niente Robot o fumetti pornografici.
Gruppi di turisti girano in tondo su barche a forma di cigno ridendo chissà di cosa, due motociclisti fumano mentre puliscono le catene e per noi è già ora di tornare a Tokyo.

Saliamo sul bus guardando il Fuji-san e notiamo che tutti fanno lo stesso.
Riflette il suo profilo gigante sui nostri vetri fino all’imbocco dell’autostrada e noi ricambiamo lo sguardo.
Un colosso solitario che da migliaia di anni respira assieme a noi. Che sia la casa degli dei, una montagna maledetta o un trucco da quattro soldi, in fondo, ha poca importanza.


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