Tokyo – Giorno 5


Uno dei concetti principali introdotti dalla Teoria della relatività ristretta è quello di spaziotempo. Per la prima volta, cioè, spazio e tempo non vennero considerate entità distinte ma sintetizzate in una cosa sola.

E anche quando si viaggia o si scrive di viaggi si dovrebbe tener presente questo principio della fisica, parlando sempre del dove senza ignorare il quando. 
Le città cambiano volto al cambiar della stagione tranne Tokyo, che cambia volto ogni giorno. 

Così all’alba del 5° giorno, tra schianti di porte e compagni di stanza che cercano i calzini alle 6 di mattina, usciamo per compiere il nostro dovere e acquistare dei regali per i nostri amici.

Il primo posto in cui ci rechiamo è Asakusa.
Già dal ponte ci rendiamo conto che c’è qualcosa di diverso rispetto all’ultima volta. L’avevamo lasciata strabordante di turisti e così ci aspettavamo di ritrovarla.
Mentre ci avviciniamo, però, cominciamo a sentire un suono. 
E con l’andare dei passi questo suono diventa una voce e poi un coro di voci. C’è un ritmo in 2 quarti tipo 1-2, 1-2, 1-2 e le voci cantano “ASA-KUSA, ASA-KUSA, ASA-KUSA”.
Un fiume di uomini dai 7 agli 80 anni marcia con piccoli saltelli dietro ad un altare che viene portato a spalla
Indossano la giacca di un kimono e sotto solo boxer e calzini bianchi. Alcuni portano una fascia attorno alla testa.

È uno dei giorni del Sanja Matsuri, la festa in onore dei fondatori del Senso-ji. Le stradine più piccole così come il grande viale centrale sono ricolmi di gente in festa. Alcuni palesemente su di giri possono sfogare quell’energia che viene repressa negli altri momenti dell’anno. 
Nel mucchio può anche capitare di vedere delle schiene tatuate. Durante queste feste, infatti, non è raro che dei membri della Yakuza si presentino per festeggiare.
Per darvi un’idea, quella stessa sera sera il ragazzo dell’ostello ci dirà che durante questi eventi circa 2 milioni di persone arrivano ad Asakusa.

Il fiume di persone che avevamo visto all’inizio è, in realtà, solo uno dei tanti. Girando per il resto del quartiere, infatti, incontriamo altri kimono, altri tamburi, altri altari (chiamati mikoshi) ma il ritmo è sempre quello “ASA-KUSA, ASA-KUSA, ASA-KUSA”.

Dopo aver seguito qualche corteo rimaniamo nel Nakamise, la stradina con i gadget orrendi di cui vi avevamo parlato.
Da cento di questi negozi riusciamo a tirar fuori quattro cagate, giusto per dire di aver trovato qualcosa. Non che in Giappone non ci siano cose belle da portare agli amici, anzi. È che tutto ciò che è bello è costoso.

Rifacciamo un giro anche per il tempio di Senso-ji, dove possiamo ammirare le ciabatte giganti del Buddha e una sfilza infinita di bancarelle di street food. Perché pure lo stomaco vuole la sua parte.

Passeggiamo per una galleria ed usciamo da Asakusa. Camminando passiamo vicino a Ueno ed al suo enorme lago di ninfee e arriviamo a Nezu.
Se non ne avete mai sentito parlare è un vero peccato. 
Nezu è una macchina del tempo che vi mostrerà com’era Tokyo prima dell’epoca moderna, dei grattacieli e di Godzilla. 

Assieme ai quartieri confinanti di Yanaka e Sendagi forma l’area detta Yanesen. Questa si è mantenuta così com’era a fine ‘800, non essendo mai stata interessata da bombardamenti o speculazioni immobiliari.
Non c’è molto da fare se non girare per le sue stradine, ed è quello che facciamo. 
Le casette di legno sembrano delle baracche ma hanno la dignità di una reggia. Nelle orecchie solo il rumore dei nostri passi e dei campanelli delle biciclette. Le vecchiette stanno fuori dalle loro case, sedute, come in attesa di qualcuno. Fumano e salutano tutti quelli che passano.

Arriviamo fino al cimitero di Yanaka ma non entriamo. Pare che qui siano sepolti molti degli attori dei teatri di Asakusa e, accanto a loro, anche Tokugawa Yoshinobu, l’ultimo shogun della sua dinastia. 

Proseguiamo la passeggiata verso la metro. Lungo la nostra stretta via troviamo piccoli santuari, artigiani che intrecciano tatami, che cuciono kimono, che preparano il tofu. 
Se, come abbiamo detto, spazio e tempo sono la stessa cosa allora la grandezza di Tokyo lo conferma, spostandoci avanti e indietro non solo di chilometri ma anche di epoche storiche.

Decidiamo di tornare nel presente, o forse nel futuro, spostandoci a Shinjuku. 
A Tokyo, come in tutte le città del mondo, per salire sui palazzi più alti si paga. Si paga per salire sulla Tokyo Tower e si paga per salire sullo Skytree.
C’è un dubbio, però, che mi torna ogni volta.
Quando, a Parigi, salgo sulla Tour Eiffel (e lo faccio ogni dannata volta) quella che vedo non è Parigi. O, meglio, è Parigi ma senza quel simbolo che la rende immediatamente riconoscibile. 
E lo stesso vale, secondo me, per Tokyo. 
Ma c’è un punto in cui puoi vedere Tokyo con il suo skyline completo.

Il Palazzo del Governo Metropolitano è un complesso di 3 strutture con due torri alte 243 metri ed è stato l’edificio più alto della città dal 1991 al 2006. 
Salendo su una di queste due è possibile vedere lo spettacolo della città di Tokyo senza spendere un solo Yen.

Appena arriviamo c’è una fila di morti di fame lunghissima ma siamo in Giappone da quasi due mesi e ci mettiamo in coda senza fare gli italiani che sbuffano. In un quarto d’ora scarso siamo in cima.
Le finestre sono alte come giganti e si aprono su 4 lati, di cui solo 3 accessibili a chi non entra nel bar. 
Ognuna di queste ti offre lo spettacolo solo di un pezzo di città, come se non volessero strafare. Ci sono grattacieli così vicini che ti sembra di poterli toccare ed altri così lontani che paiono chiodi piantati nella terra.
Riconosciamo il Fuji-san, all’orizzonte, e poi la Tokyo Tower e lo Skytree che se salivamo su uno di loro col c@zzo che li vedevamo.

Il caffè costa come l’oro e il negozio di souvenir vende le stesse schifezze al doppio del prezzo quindi, dopo mezz’ora, scendiamo e cerchiamo di proseguire lo shopping da qualche altra parte.

La prima tappa è Omotesando, la via dello shopping fighetto. In realtà sappiamo benissimo di non poterci permettere nulla di tutto ciò quindi facciamo quella foto con gli specchi che si fanno tutti e poi ce la svigniamo verso Harajuku.
Siamo di nuovo in Takeshita Street, come il primo giorno, e qui le cose sono decisamente alla nostra portata. Forse pure troppo visto che, ad un certo punto, Francesca pensa di comprarsi una maglietta sintetica con dei gatti che viaggiano nello spazio. 

Non c’è nulla che non si possa trovare su internet, ad esser sinceri. Il vero spettacolo di questa via sono i negozianti e i clienti (giapponesi). 
Perché è pur vero che tutto questo potreste comprarlo su Amazon ma su Amazon non vi metterete mai in fila dietro alla dolce Candy per farvi battere lo scontrino da Capitan Harlock. Ad Harajuku invece sì.

E visto che ormai la sera avanza decidiamo di andare un’ultima volta a Shibuya. Tra le sue stradine i ragazzi vivono il presente. Ridono e fumano appoggiati a dei bidoni ma se un anziano li rimprovera buttano la sigaretta e si inchinano. 
A differenza della Cina, qui i turisti non possono essere che spettatori del grande film che si compone di volta in volta davanti ai loro occhi. 
I grattacieli, i kimono, il sumo, i robot e gli Shogun.
E sarà la birra, sarà il whisky, sarà quella porta di merda che ci fa dormire 3 ore per notte, ma i viaggi nel tempo non ci sono mai sembrati così vicini.




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