Tokyo – Giorno 4


Uno dei nostri compagni di stanza, potremmo essere 8 come 200, decide di rientrare verso le 5 di mattina dopo una splendida serata.
Che la sua serata sia stata splendida è fuori discussione visto che impiega circa 6 minuti a digitare le 4 cifre del codice di sblocco. 6 minuti in cui il “BEEP” dei tasti è accompagnato da imprecazioni e suoni di dubbia provenienza.

Dopo 6 minuti la porta si apre e lui entra ridacchiando, incurante dello schianto che interromperà i sogni di molti di noi. 

Decidiamo di approfittare di questa sveglia fuori programma per andare al mercato del pesce più famoso del mondo, il Tsukiji market.
Se un vostro amico è stato a Tokyo sicuramente vi avrà parlato con trasporto di quella volta che si è alzato alle 3 per andar a vedere un centinaio di giapponesi incazzati che urlano per aggiudicarsi i pesci migliori all’asta.
I turisti possono assistere all’asta stando in un angolo senza parlare. I trasgressori saranno schiaffeggiati con un tonno di 300 kg.

L’asta del Tsukiji market è, effettivamente, uno spettacolo unico al mondo ma noi decidiamo di rimandare questa emozione alla prossima volta in cui capiteremo a Tokyo.
Arriviamo dalle parti del mercato, quindi, verso le 8 di mattina e sembra che questa idea l’abbiano avuta anche tutti gli altri visto che smettiamo di respirare dall’ingresso in metropolitana.

Non so se sia il più grande mercato ittico del mondo ma di certo è il più famoso. Se pensate di trovare giapponesi che fumano e urlano, vecchi pescatori che dormono nell’angolo più lercio del pianeta e piccoli furgoni di latta che girano con la stessa precisione delle api che si agitano in uno sciame, sappiate che è esattamente così.

Prima di arrivare al mercato all’ingrosso devi fare una passerella in mezzo a ristoranti di sushi più o meno improvvisati. C’è una qualche ragione che spinge le persone a mangiare il sushi alle 9 di mattina.
“È fresco” dicono, ed è vero ma restano comunque le 9 di mattina.

Visto che pure i prezzi sono belli freschi, noi proseguiamo verso il mercato che si mostra a noi in tutta la sua squallida regalità. 
Sono le 9 e mezza ed è quasi tutto finito. Giovanotti vestiti come mozzi spargono acqua sul pavimento. Non avvisano, non chiedono scusa se ti centrano in pieno, non sono qui per compiacere i turisti.
I pescivendoli ne fumano una dietro l’altra. Il cartello dietro di loro dice che non si potrebbe ma guardate come muovono le lame e ditemi se osereste farglielo notare. I turisti girano timidamente. Fotografano i pesci, le corsie, le luci che si riflettono sull’acciaio dei banchi. Quei pochi giapponesi che se ne accorgono alzano le sopracciglia e scuotono la testa.

Poco lontano da lì si trova, invece, il mercato al dettaglio che d’ora in avanti chiameremo col suo vero nome: l’inferno.
Immaginate un piccolo borgo di vie larghe poco più di un carrello della spesa, stipate di turisti che mercanteggiano vaschette di sashimi mentre tengono la macchina fotografica all’altezza della vostra faccia per immortalare l’esatto momento in cui hanno contratto la salmonella.
Lo giriamo camminando come quelli ai lavori forzati sperando che al prossimo angolo la situazione cambi non si sa per quale motivo.

Dopo mezz’ora decidiamo che quella dose di inferno è sufficiente per quel giorno e, quindi, ci dirigiamo verso la zona più allegra della città: Akihabara.

Akihabara, chiamata anche Akiba o Electric town, è un quartiere centrale di Tokyo famoso per essere la capitale mondiale dei nerd. 
Ogni giorno centinaia di migliaia di appassionati si riversano tra le sue strade alla ricerca di videogiochi, manga, anime e roba simile.

Il suo nome deriva dall’altissima concentrazione di negozi di apparecchi e componentistica a cui poi, negli anni, si sono aggiunti tutti gli altri facendolo diventare il più grande mercato di elettronica del mondo.

Quando usciamo dalla metro sembra di essere su un altro pianeta rispetto a dov’eravamo prima. L’età media si è dimezzata, a dir poco, e le voci dei maxi-schermi si mescolano al rumore tipo slot machine che arriva dal primo palazzo di fronte a noi. 
La gente non entra nei palazzi, viene risucchiata e così facciamo anche noi passando sotto un’insegna che ricorda favolosi pomeriggi adolescenziali: SEGA.
Ovviamente parlo dei videogiochi.

Scendiamo negli inferi con una scala mobile che ci porta in uno scantinato buio, illuminato solo dalle luci dei videopoker. Immagino che la bat-caverna sarebbe così se Batman fosse ludopatico.
Non c’è niente di interessante da vedere e saliamo al primo piano. 

Qui la storia è totalmente diversa. Circa 30 console da sala giochi intrattengono un numero di ragazzini che può arrivare fino a 100. Sigle ed effetti sonori sono sparati al massimo incastrandosi in un’orgia di rumori a cui non potresti mai abituarti.
Ci fermiamo dietro ad un ragazzino solo perché è così basso da permetterci di vedere il suo schermo per intero.

Infila un paio di guanti bianchi, agita i polsi e poi parte a suonare una chitarra immaginaria fatta di pulsanti colorati, raggi di luce e note che non esistono.
Le sue dita sono rapide come lo scoppio di una fila di petardi, vede le cose prima che avvengano, non si spettina neanche un po’.
Alla fine resta deluso, il suo nome in classifica compare solo al terzo posto.
Non ho mai visto niente del genere e spero di non rivederlo mai più.

Ci sono giochi di musica, di danza, di auto, di moto. Giochi con pistole, fucili e canne da pesca. Avranno in media 16 anni e dal colore della loro pelle intuisco che non passino molto tempo al parco.
Passiamo da un piano all’altro con una scala mobile.
Cambiano i giochi ma la situazione è la stessa. Eseguono i movimenti con velocità e precisione marziale, lo sguardo fisso sullo schermo, mai un segno di stupore o cedimento. Pochi ridono, pochissimi. 
Ogni istante è vissuto come parte di un addestramento feroce verso chissà quale obiettivo.

Ma questo è esattamente il Giappone che incontrerete ad ogni angolo.
La ripetizione estenuante di gesti, parole ed espressioni in una sequenza sempre più esatta fino al punto in cui non avrà alcuno scopo se non la perfezione in sé. Questi ragazzini non vogliono solo fare meglio degli altri, vogliono arrivare al punto in cui mai nessuno potrà fare meglio di loro.

Usciamo dal palazzo SEGA alquanto disturbati ed il modo migliore per riprendere fiato è ingurgitare una meravigliosa micro-cheesecake artigianale. 
https://cheesetart.com/en/
C’è questa catena, Bake Cheese Tart, che produce 2 o 3 tipi di cheesecake grandi quanto un orologio da taschino.
Una corona di pastafrolla che custodisce una crema di formaggio leggermente acida. Incredibile.

Proseguiamo il giro per Akihabara e scopriamo che, in realtà, SEGA è scritto un po’ dappertutto. 
Seguiamo la mappa alla ricerca dei negozi storici, quelli che da decine di anni minano il rendimento scolastico di migliaia giapponesi. 
C’è Animate, che vende manga, Tsukumo, specializzato in Robot, Mandarake, uno dei più grandi negozi al mondo di manga usati, ma il mio preferito è Super Potato.
Tra i suoi scaffali si trovano decine di migliaia di videogiochi anni ’80 e ’90 catalogati per nome, anno e console. Nei due piani superiori si trova anche un museo che altro non è che la ricostruzione di una sala giochi come quelle che si prendevano d’assalto d’estate, quando ancora non esistevano i cellulari e l’alternativa era lanciare i sassi dal cavalcavia.

Quando arriviamo noi ci sono circa 30 persone in coda. L’età varia dai 35 ai 50 anni e molti di loro stanno vicini ad una finestrella a fumare.
Sono tutti maschi e la vista di Francesca mette per un po’ in secondo piano tutto il resto: Super Mario, Street Fighter, Metal Slug e Mortal Kombat.

Giriamo ancora un po’ nel negozio, dove incontro il mio amore di gioventù: il Sega Mega Drive. Sale la nostalgia per quell’epoca in cui bastavano 16 bit per essere il più figo del quartiere.

Usciamo da Super Potato e abbiamo ancora un sacco da fare. Molti negozi sono all’interno di grandi palazzi che, secondo la nostra guida, sono tutti strutturati allo stesso modo:
– Piano terra: videogiochi
– Primo piano: manga
– Secondo piano: anime 
– Terzo piano: giochi e gadget
– Quarto piano: fumetti e dv pornografici (hentai)
– Quinto piano: oggetti erotici

Esploriamo il palazzo di Mandarake, una torre nera senza nome o pubblicità. Una quantità di roba inimmaginabile. Fumetti che non abbiamo mai nemmeno sentito nominare, facce totalmente sconosciute. 
Ci mettiamo poco, quindi, ad arrivare ai piani più alti.

È qui, in questi piani, che i giapponesi tengono nascosto tutto quello che sta dietro i sorrisi, gli inchini e le buone maniere. 
Se riuscite a dar fondo alle peggiori perversioni che si nascondono nella vostra mente, sappiate che un giapponese le ha già disegnate tempo fa.

La logica che sta alla base è una sola: si può rappresentare qualunque situazione e far fare di tutto ai propri personaggi ma il cazzo va assolutamente nascosto. Se proprio non si può nascondere allora va censurato.

Facciamo ancora un giro per i vicoli di Akihabara, tra negozi, bar di super robot, bar con animali e bar con le cameriere mezze nude, mentre il sole comincia a tramontare e poi prendiamo la metro verso il tempio Yasukuni.

Se esiste un luogo dell’anima nera dei giapponesi allora è proprio questo. Qui sono sepolti alcuni dei principali criminali di guerra, responsabili di atrocità paragonabili a quelle naziste e per cui il Giappone non ha mai chiesto scusa. 
Ogni anno, anzi, politici e persone comuni rendono omaggio alle anime di questi morti, suscitando polemiche in quei Paesi che quelle violenze le subirono.
Ma è piuttosto evidente quanto temi come la guerra e la sconfitta siano tabù per questo Paese e forse non è il caso di approfondirle in questo momento.
Ci basta dire che, contestato o no, questo tempio non è davvero niente di che.

Dopo questa breve visita andiamo a prendere Yurikamome, la monorotaia che va verso Odaiba, verso il mare.
Prendere la monorotaia è uno dei modi più belli per girare Tokyo. Il trenino curva tra i grattacieli come le auto di Blade Runner per poi arrivare fino alle isole della baia, attraversando il Rainbow bridge.

Dopo una cena piuttosto rapida giriamo per il quartiere di Odaiba che sorge su delle isole artificiali costruite durante il periodo Edo per difendere la città dagli attacchi via mare. 
Ora è sede di centri commerciali, alberghi, centri commerciali, uffici e altri centri commerciali. 
E da queste parti, in riva al mare, è nascosta una replica della Statua della Libertà. Non c’entra nulla con il resto, un dettaglio senza senso in una cornice spettacolare ma il Giappone è anche questo e noi non perdiamo occasione per farci una foto al suo cospetto.

Già che siamo qui, anzi, andiamo a vedere anche l’altra attrazione di zona.
Dietro al centro commerciale DiverCity, infatti, si trova una ricostruzione alta 20 metri del Gundam RX-0 Unicorn.
Forse è questa la vera Statua della Libertà giapponese.

Non che abbia molto senso ma dopo due mesi in Giappone e, pochi giorni a Tokyo, abbiamo capito che chiedersi sempre il senso delle cose è la maniera più sbagliata per capire questo Paese e i suoi abitanti. 
Se vuoi davvero capire il Giappone devi tenere gli occhi un po’ più aperti e la bocca un po’ più chiusa. Ma forse questo vale sempre e ovunque.

E allora viva Gundam, viva il Sushi, viva la SEGA e viva anche quei porno malati col cazzo censurato.
Perché sappiamo già che presto ci mancherete un sacco.


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