Tokyo – Giorno 2


Dopo la prima notte veniamo di nuovo messi in due letti separati, più precisamente in un letto a castello accanto alla porta automatica della camerata.
Gli orari di chi frequenta gli ostelli di Tokyo sono quasi diametralmente opposti ai nostri quindi, durante tutta la notte, sentiamo i “BIP” del tastierino e le imprecazioni degli ubriachi che tentano di indovinare la combinazione.
Come non bastasse, la porta non ha un meccanismo di frenata quindi la musichetta di chi azzecca la combinazione è seguita da un primo schianto della porta contro il muro e da un secondo schianto della porta che si richiude.
Quindi se vi diciamo che durante i nostri giorni a Tokyo abbiamo dormito pochissimo, non è come pensate.

La seconda mattina ci alziamo in stato confusionale e facciamo colazione davanti ad un tizio che afferma di essere ubriaco da 48 ore.
Il programma di oggi è piuttosto fitto quindi non gli diamo troppa retta e ci muoviamo.

La prima tappa è Ryogoku, il quartiere dei lottatori di Sumo.
Difficilmente per uno sport esiste un legame tanto forte con un luogo da creare una reciproca identificazione tra i due. Lo sport appartiene a tutti quelli che lo amano, in qualunque parte del mondo.
Tokyo ed il Sumo, invece, sono la stessa cosa. Il Tokyo Stadium è l’epicentro mondiale di questo sport, uno sport che tutti possono praticare ma che appartiene solo ai giapponesi, che ne detengono la tradizione e ne decidono le regole.

Il lottatore, o Rikishi, deve avere un nome giapponese e se non ha un nome giapponese deve inventarsene uno con cui verrà identificato nei tornei.
E deve parlare giapponese. Deve parlare giapponese sul ring, quando risponde alla stampa e alle comunicazioni ufficiali della federazione.

Il Sumo non è una carriera sportiva, è una vocazione religiosa. Nacque nel VI secolo, durante il periodo Asuka, per compiacere gli dei scintoisti e richiedere un buon raccolto ed ancora adesso la componente ritualistica è fondamentale per la reputazione di questo sport e degli stessi atleti.

Mentre ci incamminiamo verso Ryogoku, quindi, confidiamo di poter vedere all’opera questi lottatori che così poco hanno di umano. Gli incontri sono eventi costosissimi quindi sono fuori discussione ma, a quanto dice la guida, dovrebbe essere possibile vedere un allenamento.
Quando vediamo dei mawashi, il perizoma tradizionale, appesi ad asciugare capiamo di essere nella direzione giusta.
Dietro un vetro scuro alcune sagome si muovono mentre altre sono sedute.
In una sala che sembra una cantina il pavimento è coperto di terra a formare un cerchio, il ring di allenamento.
Un ragazzetto, avrà sui 16/17 anni, spazza la sabbia con una scopa di bambù. Procede dai bordi e la porta verso il centro, a formare un mucchietto.
Non la tocca mai con le mani, solo con la scopa.

Seduti su delle panchine, degli uomini enormi lo guardano e non dicono niente. Le loro schiene si muovono a ritmo del respiro ma è come se fosse il respiro di una montagna.
Il ragazzino prende una paletta di legno e la infila nel mucchio. Non esattamente al centro, un po’ a lato. La preme per qualche secondo e poi la lascia andare.
La paletta cade di lato e gli omoni ridono. Uno di loro indica il mucchio e gli dice qualcosa che non sentiamo.
Il ragazzo ricomincia a spazzare mentre gli omoni se ne vanno, uno ad uno, e lui resta solo a modellare il suo mucchio di sabbia.
Dopo qualche minuto riprende la paletta di legno, la infila nel mucchio, la preme e la lascia andare.
Questa volta rimane ferma e lui sorride ma nessuno ha assistito alla sua vittoria.

Quando anche il ragazzino sparisce dalla nostra vista ci rendiamo conto di aver assistito al rito di chiusura dell’allenamento. Ai piani superiori compaiono i perizomi sui fili del bucato e sentiamo rumori di cucina, non c’è più nulla da vedere per noi.

Ci spostiamo, allora, verso il quartiere di Asakusa e la prima cosa che vediamo è la sede della Asahi. In cima porta una scultura che dovrebbe riprodurre una goccia di birra ma forse l’architetto e gli operai avrebbero dovuto parlarsi prima di montare tutto quanto. Non è un caso che qui lo chiamino golden turd, lo stronzo dorato.

Asakusa è giusto al di là del ponte. È uno dei quartieri storici di Tokyo, forse quello che ha mantenuto il legame più stretto con la propria storia.
Ad inizio ‘900 tra le sue strade si incrociavano scrittori, attori e prostitute. Un nome su tutti, Takeshi Kitano.
Adesso non è proprio così, ovviamente, ma è pieno di teatri e sui lampioni delle grandi fotografie ricordano i volti degli attori più famosi del passato.

L’altro grande motivo per cui Asakusa è così famosa è il tempio Sensoji, che è il luogo verso cui ci dirigiamo anche noi.
Sensoji è il tempio più antico di Tokyo ed è dedicato ad Avalokiteśvara (o Kannon), il bodhisattva della grande compassione.
Secondo la leggenda, nell’anno 628 due pescatori tirarono su una statua di Avalokiteśvara e, nonostante la ributtassero sempre nell’acqua, questa continuava a tornare nella loro rete. I due interpretarono la cosa come un segno e costruirono un tempio a lui dedicato. La statua è ancora nel tempio (dicono) ma in una stanza inaccessibile al pubblico.

Avendo camminato a caso per la maggior parte del tempo ci rendiamo conto di essere sulla strada per l’edificio principale senza esser passati dalla Porta dei Fulmini, o Kaminarimon, uno degli edifici più emblematici della città. La strada che porta al centro del tempio è un corridoio tra due file di negozi di souvenir che propinano la stessa robaccia.
È qui che compreremo i regalini per i nostri amici.

Al termine di questa strada commerciale, chiamata Nakamise, un’altra porta ci permette di entrare nel tempio vero e proprio.
Qui i fumi di due bracieri salgono in verticale, mossi solo dalle mani dei fedeli. I colori e le luci fanno più rumore della folla, il cui lento borbottio suona come le loro preghiere.
Ci muoviamo verso il tempio tenendo la pagoda a cinque piani sulla sinistra. In realtà è la folla a spingerci dentro e, poco dopo, a ributtarci fuori come una corrente di risacca. Ripercorriamo la Nakamise in direzione contraria fino al Kaminarimon che, finalmente, possiamo ammirare da vicino.

Vaghiamo per il resto del quartiere che, con le sue stradine pedonali e le bettole da pochi yen, sembra un piccolo villaggio di provincia. Seguendo la strada principale arriviamo fino alla stazione di Ueno e al parco che sta lì dietro.
Questa era la sede di uno dei templi più grandi della città, quello di Kaneiji, che fu distrutto durante la guerra civile che seguì la Restaurazione Meiji.

È un parco enorme che si riempie di giapponesi in festa quando i ciliegi fioriscono ed è talmente grande da poter ospitare 4 musei, un lago ed uno zoo.
Oggi i fiori non ci sono ma i giapponesi non mancano e sembrano di fretta anche quando passeggiano. Ci dirigiamo verso la ferrovia ma prendiamo la strada più lunga, percorrendo tutto il perimetro del lago che è rivestito da ninfee così larghe e numerose da nasconderne la superficie per intero.

Le strade che costeggiano la stazione straripano di bancarelle che vendono di tutto. I banditori sono giapponesi ma anche cinesi e filippini. Potremmo essere in qualunque parte dell’Asia ma con una differenza sostanziale, qui è tutto originale e mediamente caro. Francesca si interessa a del macha e allora la negoziante non ci molla più, facendoci assaggiare così tanti tè da obbligarci a comprare qualcosa.
Mentre passeggiamo ormai strafatti di teina due ragazzi ci chiedono di partecipare ad un’intervista televisiva. La tentazione di raggiungere l’immortalità imprecando in italiano alla televisione giapponese è molto forte ma decliniamo l’offerta con grande disappunto dei due.

Per la sera abbiamo in programma un’uscita con Adriana e Alex, i due ragazzi svizzeri conosciuti al G.P., ma abbiamo ancora un po’ di tempo che decidiamo di passare bevendo birra di fronte ad un 7Eleven.

Incontriamo i nostri due a Shinjuku, davanti al tempio di Kumano. Non ci vediamo da un mese, forse di più, ed è bello incontrarsi dopo un lungo giro, per aver qualcosa da raccontare davanti ad una ciotola di ramen.

Siamo a Shinjuku, in quella parte di Tokyo che di notte ancora vive. Loro staranno via ancora tanto tempo: Giappone e poi sud-est asiatico, fino a terminare l’anno in Australia o Nuova Zelanda prima di tornare in Svizzera.
Noi ancora non sappiamo dove finiremo. A dirla tutta non sappiamo neanche se questa cosa che abbiamo cominciato per caso finirà mai da qualche parte.

Ma non ce ne curiamo e pensiamo solo agli amici di questa sera e alla birra a basso prezzo che beviamo tra i piedi dei grattacieli.


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