Tokyo – Giorno 1


Il volo che da Fukuoka ci porta a Tokyo atterra ad Haneda nel tardo pomeriggio.
Dal finestrino vediamo il profilo della metropoli ed è l’aspetto che avrebbe un mostruoso fondale marino se fosse privato dell’acqua.
L’aereo non atterra, viene inglobato dal conglomerato suburbano più grande del mondo e noi torniamo ad essere spettatori non più dall’alto ma dal profondo delle sue viscere.
Un trenino ci porta verso il centro città, verso il nostro ostello. Arriviamo che è sera, giusto in tempo per farci dire che la struttura è in overbooking e che, quindi, dormiremo nello stesso letto ma alla metà del prezzo.
Siamo indispettiti ma poi crolliamo ad una velocità tale da capire di aver fatto un affare.

La prima mattina si apre nell’indecisione totale.
Siamo finalmente a Tokyo, la capitale orientale, una delle città più grandi del pianeta. Le nostre aspettative sono più alte dei suoi grattacieli e più trafficate delle sue strade. Ci sentiamo più piccoli del solito.
Il ragazzo dell’ostello cerca di aiutarci disegnando dei pallini sulle cose che dobbiamo assolutamente vedere ma, dopo dieci minuti, ci rendiamo conto che ha ricoperto l’intera mappa della città e che quindi dovremo fare delle scelte.

Partiamo dal quartiere di Shibuya e, in particolare, dal parco Yoyogi-Koen. Non è che ci sia un motivo ma cerchiamo inconsciamente di tenerci il meglio per dopo.
Il parco è maestoso e si apre con un gigantesco torii di pietra. Ormai non dovrebbero più impressionarci ma questo è enorme. Ad entrambi i nostri fianchi il parco ha più l’aria di una foresta, con alberi stretti ed alti come grattacieli che si chiudono sopra la nostra testa.
Tutti i turisti si fermano ad un certo punto del percorso. A sinistra ci sono decine di barili di vino francese ma a destra, invece, si trovano decine di barili di sake giapponese coperti da stoffe decorate e di proprietà personale dell’Imperatore Meiji.

Proseguendo, infatti, arriviamo al tempio dedicato allo spirito dell’Imperatore Meiji, il creatore del Giappone moderno. Fu edificato nel 1920, 8 anni dopo la morte dell’Imperatore, e alcune parti sono in fase di restauro in vista del centenario.
Il sole è alto, la giornata è calda e, di conseguenza, il tempio è pieno di gente quindi rimaniamo poco e procediamo con il nostro giro che ci porta ad addentrarci nel parco e poi uscire all’altezza di Harajuku.

Questa zona è spesso associata ai ragazzini che si vestono in maniera bizzarra o a tendenze che qui nascono per poi propagarsi all’intero universo. Se vi ritenete fighi con i capelli viola sappiate che è grazie ad un giapponese che lo ha fatto dieci anni fa.
Qui ci sono due vie commerciali molto famose, Takeshita e Omotesando, e noi le affrontiamo in quest’ordine.

Takeshita inizia sotto un arco che porta il suo nome e al primo sguardo capisci che è come entrare in un formicaio.
Un formicaio lungo 400 metri, per essere precisi.
Se ami vestirti in maniera strana ed appariscente o se vuoi essere l’ennesimo imbecille della settimana della moda questa è la strada che fa per te.
Come ti senti oggi? più una giovane lolita o più un punkabbestia post-atomico?
Mentre ci pensi puoi comprare dello zucchero filato con i colori dell’arcobaleno o un gelato delle dimensioni di un kebab.
Quelle che negli anni ’80 erano sottoculture in grado di aggregare giovani di tutto il Giappone ora non sono altro che piccole bizzarrie. Ma questo è anche il Giappone che i turisti idealizzano e ricercano, pazienza se sia alimentato artificialmente.

Dopo aver percorso tutta Takeshita passiamo su Omotesando, chiamata anche gli Champs-Elysees di Tokyo.
A differenza della prima, è una strada del lusso molto simile a quello che si trova nelle grandi città di tutto il mondo.
Bella, bellissima, ma per un paio di chilometri si alternano Gucci, Prada e Chanel mentre tutto quello che vorremmo noi è un panino super economico.

Dopo pranzo torniamo verso Shibuya e verso l’incrocio stradale più famoso del mondo. Il primo tra i must che cerchiamo di affrontare.
Se non sapete cosa sia probabilmente lo sapete ma non ne conoscete il nome. È un attraversamento pedonale, niente di più, incastrato tra i grattacieli del centro.
Ogni volta che i semafori diventano verdi i pedoni ripartono con la stessa forza di un respiro trattenuto troppo a lungo. Visto che si può attraversare in ogni direzione la piazza si riempie di persone che poi scompaiono nel giro di un minuto e si torna a trattenere il respiro.

Usciamo dalla metropolitana e siamo già al semaforo. Accanto a noi c’è la statua di Hachiko con la sua storia molto commovente che non caghiamo di striscio.
Nessun pedone si azzarda a passare con il rosso, nemmeno se non ci sono macchine all’orizzonte ma, quando scatta il verde, si rompe la diga invisibile e la gente si riversa nel centro dell’incrocio mentre noi cerchiamo di testimoniare il tutto con scarsi risultati quindi saliamo su una terrazza fingendoci clienti di un pub.

Alla fine restiamo mezz’ora a fotografare un incrocio stradale. Non è una cosa tanto furba, se la racconti in giro, ma questo è un po’ l’effetto che ti fa Tokyo.

Vaghiamo per Shibuya lungo vie che salgono e scendono tra i grattacieli colorati.
I maxischermi ci invitano a comprare Samsung o a votare la prossima superstar da talent show. Un tizio indossa short di jeans e top giallo ma nessuno ha tempo per lui. Un gruppo di cialtroni gira per la città fingendo di essere in Mario Kart. Un miliardo di persone per strada e nemmeno una carta per terra.

Decidiamo di fermarci per un caffè in un Family Mart e ci rimaniamo due ore. Le gambe hanno ceduto.

Mentre il sole comincia a calare prendiamo un bus per andare verso Roppongi Hills senza saper esattamente cosa aspettarci. La guida la descrive come “città nella città”, una di quelle definizioni di cui non bisognerebbe fidarsi.
Effettivamente è proprio così: una città-quartiere in cui gente con tanti soldi può vivere senza rischiare di incontrare i poveracci. Ci sono appartamenti, negozi, uffici, ristoranti, hotel e musei. Il tutto con vista sul Campo di Marte.
Non c’è assolutamente niente da vedere a Roppongi Hills alle sette di sera, quindi decidiamo di proseguire verso la Tokyo Tower.

Alta 333 metri, nel pieno centro di Tokyo, non è altro che la Tour Eiffel colorata di rosso. Motivi per esistere ed avere quell’aspetto non ne ha e, inoltre, è pure più alta dell’originale.

Arriviamo al suo cospetto in circa mezz’ora e solo in quel momento ci rendiamo conto della sua enormità.
È stato l’edificio più alto della città dal 1958 al 2012, quando è stata superata dal Tokyo Skytree, ed è ancora oggi usata come antenna di trasmissione.
Salire ai piani più alti costa un bel po’ e poi non avrebbe molto senso vedere Tokyo senza la sua torre, quindi decidiamo di girarci attorno e basta. Ai suoi piedi due squallidi baracchini di panini e birre costosissime, all’interno qualche negozio di souvenir.

Nel frattempo torna la fame, le ginocchia cominciano a fare rumori che non è il caso di ignorare ed il contapassi si è fermato qualche ora prima a quota 16km.
Cala la notte su Tokyo e lo fa con discrezione, e mentre ci allontaniamo la torre sembra una colonna di fuoco ma nessun rumore disturba la nostra passeggiata.

 

 


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