Nagasaki


Arrivare a Nagaski significa uscire dal Giappone.
Se Fukuoka con i suoi centri commerciali, lo street food e i palazzoni è la quintessenza del Giappone moderno, allo stesso modo Nagasaki con i suoi ristoranti, le case olandesi ed i campanili è l’anima aperta e globale di questa nazione che tanto aperta e globale non lo è mai stata.

La città e la baia su cui sorge devono il nome alla famiglia Nagasaki, che regnò su queste terre a partire dal XIII secolo, e la conformazione della costa l’ha resa il miglior porto naturale dell’isola di Kyūshū.
Per molti secoli questo è stato l’unico Giappone accessibile per mercanti e missionari occidentali e non è strano trovare interi quartieri in stile olandese, chiese cristiane o piatti dalla chiara origine europea.
A differenza della gemella, Hiroshima, la bomba è parte marginale della vita delle persone non solo geograficamente ma soprattutto mentalmente. Girando per Nagasaki difficilmente troverete il ricordo di quanto successo.
È un modo differente per elaborare un lutto, impossibile dire quale dei due sia giusto.

Quando scendiamo dal bus dei nostri nuovi amici, l’unica preoccupazione è quella di trovare la casa che abbiamo affittato e schiantarci nel letto. Non era mai successo di dover smaltire una sbronza alle 3 di pomeriggio ma c’è sempre una prima volta.
Saliamo sul piccolo tram della linea 1, metà bianco e metà verde, in direzione Shokakuji-Shita che è il capolinea nonché la nostra destinazione. Schiacciati contro il finestrino da un migliaio di giapponesi riusciamo a malapena a vedere le stradine che salgono verso la collina ma approfittiamo delle ultime fermate per riposarci sulle panchine di legno e appoggiare gli zaini nel corridoio.

Dal capolinea saliamo attraverso un budello di cunicoli fino a spuntare al centro di un tempio shintoista. Da lì ancora qualche gradino e siamo arrivati a casa.
Nel pomeriggio Francesca va a dormire e io vago per i vicoli alla ricerca di un pacchetto di sigarette e degli spiedini. Le vie salgono e scendono e non c’è pianura se non nel cimitero che sono costretto ad attraversare.
Qui una coppia di gatti siamesi si spartiscono i resti di una cena al di sotto di un’immagine della natività in cui al posto di Gesù c’è un adulto grasso e calvo. Credo sia un modo per trovare un punto d’unione tra cristianesimo e buddhismo.

Quando Francesca si riprende dalla sbornia facciamo una passeggiata verso il centro ma non facciamo in tempo a fare 500 metri che ci troviamo seduti a tavola. Una delle specialità di Nagasaki è il Champon, una zuppa con spaghetti, verdure e carne di maiale.
Le caratteristiche di un buon Champon sono due: una temperatura prossima a quella di una supernova e una quantità sufficiente a sfamare tre generazioni di maiali.
Sulla strada del ritorno passiamo attraverso Motoshikkuimachi, un corridoio di perdizione che attraversa il costume giapponese. Fuori dai nightclub uomini in giacca e cravatta si fanno convincere da ragazzine seminude. Non è che convincere un giapponese ubriaco a fare un’idiozia sia tanto difficile ma loro sembrano riuscirci davvero bene.

Il giorno dopo ci dirigiamo subito verso il memoriale della bomba atomica. Si trova fuori dal centro cittadino a circa mezz’ora di tram.
Quando gli americani decisero di sganciare la seconda bomba avevano in mente la città di Kitakyushu, dalle parti di Fukuoka. Il maltempo, però, si frappose tra la città ed il suo destino portando il bombardiere fin dalle parti di Nagasaki.
Anche qui le nuvole coprivano la baia ma i piloti dovettero scegliere tra far cadere l’ordigno o tentare un ammaraggio con una bomba atomica a bordo.
Poco dopo le 11, infine, “Fat man” esplose sulla zona industriale di Nagasaki. Nonostante la distanza dal centro città, su 240 mila persone presenti a Nagasaki in quell’istante, 40 mila furono uccise all’istante e 60 mila rimasero gravemente ferite. Altre 40 mila morirono nei mesi seguenti, a causa delle ferite o delle radiazioni.

Arrivando al memoriale si capisce immediatamente la differenza con la bomba di Hiroshima. Ci troviamo nella valle di Urakami e da qui la città è invisibile, protetta da colline molto alte che creano una barriera naturale.
La visita al museo non dura moltissimo, forse perché vengono raccontate cose che abbiamo sentito da poco, ma anche qui l’atmosfera è diversa. La scalinata che ci porta sotto terra è affiancata da centinaia di origami colorati. Rappresentano la gru e sono il simbolo della pace post-atomica.

All’ingresso della camera principale del museo troviamo quello che resta del portone di una chiesa cristiana, la cattedrale di Urakami, spazzata via dall’atomica.
In Giappone le chiese cristiane sono spesso ricavate dentro a dei garage o ex uffici ma non qui.
Qui la tradizione cristiana è più antica che nel resto del Paese e la bomba non ha certo fatto distinzioni.
Nagasaki, la città dell’integrazione, è stata colpita in tutte le sue anime.
Dopo il museo passeggiamo per il Peace park, dove una statua gigantesca tiene in contatto il cielo e la terra.
All’angolo opposto un pilone indica dove sorgeva la cattedrale ed un altro dove è caduta la bomba. Infilato nella terra con una forza tale da smuoverla come fosse acqua.

Nello stadio vicino al Peace park, nel frattempo, i nostri amici politici stanno giocando la prima partita della giornata ma abbiamo troppe cose da vedere quindi riprendiamo la strada per il centro.

Scendiamo dalle parti della Chinatown. Quando il Giappone decise di chiudere le frontiere permise solo a due nazioni di mantenere un presidio in città: Cina e Olanda. Questo quartiere era, inizialmente, un’isola collegata alla terraferma da un unico ponte come l’isola di Dejima, in cui inizialmente stavano i portoghesi e poi gli olandesi.
In questo modo, quando i giapponesi si rompevano le balle dei loro vicini, chiudevano il ponte per qualche giorno.
Ve l’ho detto che questi hanno sempre una soluzione pronta per tutto.

La Chinatown è piuttosto grande, se paragonata alle dimensioni dell’intera città, ed è una rete di vicoli e tetti girati all’insù con qualche tempio qua e là. Noi entriamo dalla porta principale, ovviamente in stile cinese, e passiamo sotto centinaia di lanterne rimaste appese da capodanno.
Entrare in una chinatown significa veder cambiare radicalmente l’approccio che i negozianti, soprattutto i ristoratori, hanno nei tuoi confronti. Se in Giappone nessuno oserebbe mai ‘infastidire’ un passante invitandolo ad entrare, in Cina è esattamente l’opposto e anche noi ci ritroviamo in mezzo al fuoco incrociato di chi vorrebbe farci cenare alle tre di pomeriggio.

Sgattaioliamo fuori dalla città Cinese per dirigerci verso Dejima. Come dicevamo, a metà del 1600, durante il periodo di maggior chiusura, l’Imperatore impose ai Portoghesi di vivere sull’isola di Dejima. In questo modo, secondo lui, non avrebbero potuto fare troppo proselitismo religioso.
Bastava chiudere 5 cattolici su un’isola per evitare il propagarsi di questa illuminata religione. A saperlo prima.

Questo non bastò e l’Imperatore decise di cacciare definitivamente i portoghesi e avere relazioni unicamente con gli Olandesi che pensavano più ai soldi che alla religione.
Durante i due secoli di isolamento, quindi, gli unici occidentali autorizzati a sbarcare in Giappone furono i mercanti di Rotterdam.

Ormai Dejima non è più un’isola quanto piuttosto un museo all’aperto.
Passando di fronte si ha l’impressione che sia semplicemente una ridicola ricostruzione di un villaggio olandese con qualche comparsa messa a passeggiare in abito tradizionale. Davvero niente di più.
Per 500 Yen (circa €4) puoi vedere come vivevano i mercanti olandesi del 600 una volta sbarcati sulle rive del Giappone. Troppo emozionante per noi che, infatti, decidiamo di proseguire oltre.

Camminando verso la parte alta della città si entra in un’altra fase storica, quella della Restaurazione Meji e dell’apertura del Giappone al mondo.
Per la città di Nagasaki questo volle dire soprattutto una cosa: gli stranieri non dovevano più nascondersi o chiudersi in dei ghetti ma potevano costruire delle abitazioni e addirittura viverci dentro. E visto che i mercanti olandesi erano molto ma molto più ricchi degli abitanti di Nagasaki, si accaparrarono l’intero versante delle colline sovrastanti la città costruendo un intero villaggio. Le strade furono lastricate per permettere ai carri di arrivare fin lassù e furono chiamate ‘Dutch slope’ (il pendio olandese) in onore dei nuovi concittadini.
Facendo queste salite, in effetti, si perde la coscienza del luogo in cui ci si trova, soprattutto quando dal terrazzo della casa coloniale riesci a vedere il cortile del tempio di Confucio.

Proseguendo arriviamo dalle parti di Glover garden, un quartiere residenziale che si sviluppa in verticale. Per salire hai a disposizione una salita ripida come la parete ovest del K2 oppure un ascensore inclinato chiamato Skyroad.
Devo davvero dirvi per quale abbiamo optato?

Dalla cima della collina puoi vedere tutta la città.
È l’unico momento in cui ripensiamo alla bomba perché da lì riusciamo a vederne l’epicentro. Però vediamo anche le chiese, i templi cinesi e quelli giapponesi. Il blu dei tetti olandesi sovrasta le casupole dall’aspetto modesto.
Non c’è nulla di armonioso, non deve essere stato facile incastrare tutti questi pezzi. Sembra, anzi, che sia davvero un gran casino. Però è davvero questa la forza di Nagasaki ed il motivo per cui, nonostante tutto, è ancora così aperta ed accogliente.

Quando si avvicina l’ora del tramonto decidiamo di scendere verso la baia, che abbiamo ignorato tutto il giorno.
In un enorme prato ci sono dei ragazzi che giocano a pallavolo, altri che tirano il freesbee al cane e altri ancora che cercano di limonare con la fidanzata. Di fronte a loro passano barche a vela e navi della guardia costiera.

Discrete e silenziose, non potrebbe essere altrimenti.

 


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