Hitchiko, il Giappone on the road – parte seconda


La strada che porta alla felicità è ricca di insidie ma pure quella che da Fukuoka porta a Nagasaki non scherza.
153 kilometri nel selvaggio Kyushu, una terra dai denti aguzzi e racchiusa tra cinque vulcani.
Qui nacquero i Samurai e qui vennero confinati i mercanti e i predicatori occidentali a cui era impedito raggiungere il cospetto dell’Imperatore.

Il nostro viaggio comincia a Fukuoka dove, con una sbornia da smaltire, ci mettiamo nei pressi dell’ingresso autostradale con il cartello “Nagasaki”. Bastano pochi minuti ed un pedone si avvicina.
“Che state facendo qui?” ci dice “Nagasaki è da quella parte”.
Il suo dito indica una strada all’orizzonte, a 600 metri di distanza.
“Girate lì, a sinistra, e poi andate avanti fino a trovare un benzinaio”.

Mezz’ora dopo siamo davanti al benzinaio, pronti a farci prendere in giro anche da questa parte di Giappone.
Di pioggia neanche l’ombra quindi stiamo ben esposti col cartello ed il pollice sempre alzato.
Passano dieci minuti, il semaforo è rosso, il tipo nel SUV di fronte a noi gira distrattamente la testa e i nostri sguardi si incrociano. Solo a quel punto sembra accorgersi della nostra presenza, abbassa il finestrino e ci fa cenno di salire.

Si chiama Takayoki e dice di fare il rappresentante di scatole. Almeno questo è quello che capiamo.
Takayoki non sa bene l’inglese quindi i nostri discorsi vagano dal tempo alla bellezza delle città Giapponesi. Pollice alzato vuol dire bello. Due pollici alzati vuol dire bellissimo ma lo fa una volta sola per evitare che l’auto si schianti contro il guard rail. Cerchiamo di fare frasi brevi o brevissime, talvolta di appena una parola.
Se parliamo di Italia con Takayoki è inutile non citare i grandi classici: pizza e spaghetti, ovviamente, ma anche città come Rom, Filenzi e Vinizzia.
Takayoki non è mai stato in Italia. Non è mai stato fuori dal Giappone, a dire il vero, ma dice che un giorno gli piacerebbe provare. Non in Asia, per carità, ma in Europa sì e in un posto in particolare: la Svizzera.
Rimaniamo talmente spiazzati da questa cosa che, di fronte al nostro silenzio lui osa a malapena chiedere “è bella?”.
Dopo aver rassicurato Takayoki affondiamo nei morbidi sedili del suo SUV cercando di non addormentarci.
Le piccole città di provincia si susseguono e in una di queste lo stadio del baseball sembra più grande del resto del paese. Gli chiedo se gli piace il baseball ma mi dice di no.
“Mi piace il calcio” dice Takayoki.
“E ti piace anche il calcio italiano?” chiedo io.
“Sì” risponde lui “tifo per la Juventus”.
Gli batto la mano sulla spalla mentre urlo “GRANDE”, cosa che in Giappone è al pari della molestia sessuale. Il SUV sbanda di lato ma Takayoki-san è uomo di ampie vedute quindi non sporge denuncia e si limita a ridere.

Per i seguenti 5 minuti Takayoki elenca tutti i giocatori della Juve che gli piacciono. La metà di questi si è ritirata o è deceduta ma io apprezzo lo stesso e non lo contraddico nemmeno una volta.

Verso mezzogiorno arriviamo all’area di sosta di Saga. Takayoki ci dice che oltre a questo punto non può portarci perché deve andare in ufficio e noi lo ringraziamo e continuiamo a salutarlo anche mentre il suo SUV sgomma via.

Tenere una conversazione a metà tra l’inglese e la lingua dei segni è una delle cose più stancanti che si possa fare, quindi decidiamo di fare una seconda colazione a base di carboidrati e caffeina.
Teniamo il cartello girato al contrario ma i giapponesi ci guardano lo stesso. Deve essere dai tempi dello Shogun che nessun occidentale si è spinto fino al kilometro 42 di questa prefettura.

Dopo una ventina di minuti decidiamo di rimetterci al lavoro. Prima ci posizioniamo di fronte all’entrata dell’autogrill ma poi Franci nota che il flusso di turisti è diretto verso un altro obiettivo, quindi ci accomodiamo davanti ai bagni pubblici.
In mezz’ora ci passa davanti una scolaresca americana, una squadra di wrestling giapponese e due bus di anziani in visita guidata. Sorridiamo sempre ma proprio nessuno decide di farsi carico delle nostre sorti.

Siamo piuttosto sconsolati, forse abbiamo fatto male i nostri calcoli. Le vacanze dei giapponesi sono terminate e gli occidentali difficilmente arrivano in questa regione, soprattutto non ci arrivano in auto.
Cerchiamo di consolarci con delle barrette di cioccolato quando compare lui: modi gentili, occhi a mandorla, alto e con la testa pelata.
Ci approccia con un inglese migliore del nostro.

“State andando a Nagasaki?”
Noi facciamo sì con la testa. Dietro di lui un gruppetto lo guarda ridendo.
“Se non vi dispiace noi facciamo pranzo e poi potete aggregarvi. Abbiamo spazio sul bus”.

Non capiamo a quale bus si riferisca. Non ha l’aspetto di un wrestler quindi pensiamo che sia un professore e ci mettiamo a salutare tutti gli studenti che passano, immaginando di dover trascorrere il viaggio con loro.
Magari insegna inglese, ecco perché lo parla così bene.

Si avvicina un altro signore, amico del professore, e ci regala due lattine di nescafé per scusarsi dell’attesa. Forse non hanno capito che per noi l’alternativa era dormire davanti ai gabinetti.
Dopo una ventina di minuti escono tutti quanti. Una decina di giapponesi in camicia e cravatta che ridacchiano. L’unico che parla è il professore che ci dice di seguirli.

Saliamo sul bus e ci rendiamo conto di aver sbagliato qualunque previsione. Di 60 posti ce ne saranno 40 liberi e noi decidiamo di metterci al fondo assieme al professore e altri suoi amici.
Il professore si chiama ひだか 陽一 ma noi possiamo chiamarlo Josh. Di mestiere fa il politico. Tutti loro di mestiere fanno i politici.
Dopo qualche minuto capiamo di essere nel bus che sta accompagnando alcuni rappresentanti del consiglio della prefettura di Miyazaki ad una partita di baseball.
Dopo qualche altro minuto capiamo che non stanno andando a vedere una partita di baseball ma stanno andando a giocare una partita di baseball. Sono loro contro altri partiti di altre prefetture. È tutto talmente surreale che accettiamo le birre che ci vengono offerte anche se è solo l’una di pomeriggio.

Noi siamo seduti al fondo del bus, in quei posti che nelle gite di classe vengono occupati dai criminali di guerra. Una fila più avanti c’è Josh e sull’altro lato un simpatico giapponese di cui non ricorderemo mai il nome.
L’ospitalità giapponese ci riempie di salatini, acqua e altre birre fino a quando il nostro tasso alcolico raggiunge il loro e allora si ride e scherza tutti assieme in una lingua assolutamente incomprensibile.

Dopo un’oretta di viaggio il mare compare all’orizzonte e allora decidono tutti di fermarsi alla prima area di servizio.
Josh schizza fuori dal bus e s’invola verso i gabinetti seguito da tutta la squadra mentre noi fotografiamo la vista su Tachibana Bay.
Dopo 5 minuti Josh torna con due gelati, uno per sé e uno per il suo amico. Si avvicina al gruppo, ci guarda e ce ne tende uno mentre si infila in bocca l’altro. Noi accettiamo con buona pace del suo amico che tanto è un po’ ubriaco e si mette a ridere.
Dopo poco arrivano delle altre persone che salutano e salgono su un altro bus. Sono gli avversari del giorno dopo.
Uno di questi si ferma a parlare e loro dicono qualcosa tipo “hitchiko” e poi tutti giù a ridere ma dobbiamo fargli una gran pena perché ci tende due pacchetti di crackers che noi prontamente afferriamo.

Nell’ultima parte del viaggio siamo ormai una compagine di amici ubriachi tanto che pure noi ridiamo alle battute in giapponese e spesso rispondiamo in italiano. Facciamo a gara ad elencare tutti gli stereotipi dei reciproci Paesi trovandoci d’accordo sulla bellezza dei nostri difetti.

Usciamo dall’autostrada ed arriviamo in città. Nagasaki risplende del primo sole pomeridiano.
Ci lasciano davanti alla stazione dei treni, unico punto di riferimento che riconosciamo sulla mappa, e battiamo il cinque a tutti mentre percorriamo il corridoio tra i sedili. Prima di farci scendere l’autista ci ferma e ci chiede se abbiamo pagato il biglietto. Ridiamo tutti quanti per l’ultima volta e mi viene in mente che forse era ubriaco pure lui.

Mentre l’autobus si allontana continuano a salutarci e, saranno le birre, i salatini o il gelato ma non crederete mai a quante cose abbiamo in comune con un giapponese ubriaco.


Una risposta a “Hitchiko, il Giappone on the road – parte seconda”

  1. 😂😂😂👏

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