Fukuoka – Ramen, canali e centri commerciali


Fukuoka non è una meta diffusa tra gli occidentali ma per i giovani asiatici è più appetibile di Kyoto o Osaka. Si trova a sud-ovest, nella regione del Kyushu, e si affaccia su quello dito di oceano che li separa dalla Corea del Sud.

Il motivo per cui non è famosa per gli occidentali è piuttosto semplice: non ha niente di quello che ci si aspetta dal Giappone. Del castello rimangono solo le mura, imboscate sotto i ciliegi, e di templi ce ne sono un paio. Uno carino, di cui vi parleremo, e un altro che non ha lasciato nemmeno il ricordo.

In compenso le strade sono trafficate dai ramen più buoni del mondo, i mastodontici centri commerciali ti offrono di tutto e quando ti va puoi farti una birra affacciato su uno dei mille canali che trafiggono la città.

Arriviamo dopo mille ore di bus. Avevamo pensato di fare autostop ma avremmo rischiato di rimanere incastrati in qualche posto troppo remoto anche per il più generoso degli automobilisti. All’ostello nessuno parla inglese. Gli altri ospiti sono tutti ragazzi giovanissimi tranne un tizio attorno ai cinquanta che fa dei rutti sulfurei.

Andiamo a dormire mentre loro indossano vestiti eleganti e ridono eccitati e noi sorridiamo pensando che non siamo poi così diversi. Rientreranno verso le 4, ubriachi come pigne.

La mattina dopo andiamo subito a vedere il tempio di Tocho-ji, che la guida ci dice essere vicinissimo. In mezzo ai palazzi anonimi del quartiere Hakata spunta una pagoda rossa a cinque piani e capiamo di essere arrivati. Se al primo sguardo non vi colpisce non sentitevi in colpa, è assolutamente anonimo. Non lo è, però, il Grande Buddha che si nasconde tra le sue mura.

Il Grande Buddha è custodito come un grande segreto visto che tutte le indicazioni sono in giapponese ma noi riusciamo a scoprirlo grazie alla più grande dote di Francesca: ficcare il naso. È solo grazie alla sua curiosità, infatti, che ci spingiamo fino al retro del tempio dove il Buddha compare in tutta la sua magnificenza.

Una statua di quasi undici metri per trenta tonnellate e il sorriso ebete di chi non ha il problema del parcheggio sotto casa. Per via delle dimensioni del tempio i fedeli sono obbligati a stare al cospetto del Buddha, così vicini da poter sentire l’odore del legno, e da quella posizione sembra ancora più imponente.

Dopo il tempio ci dirigiamo verso canal city, un centro commerciale che pare essere particolarmente fico. Abbiamo già fame e questo ci permette di trovare la strada giusta in quel reticolo di canali e budelli che ci si para di fronte.

L’enorme complesso è attraversato da un canale artificiale, com’era facile immaginare, e la parte centrale sembra un’arancia tagliata a metà. Ci sono negozi di ogni roba ma noi andiamo all’ultimo piano, dove c’è il “Ramen Stadium”. Qui circa una decina di ristoranti si contendono il titolo di miglior Ramen del Giappone ma noi optiamo per il più economico, vincendo per l’ennesima volta il titolo di clienti più poveri dell’intera Asia.

Sembriamo due barili sul montacarichi mentre la scala mobile ci porta fino alla strada. Da qui proseguiamo il nostro giro svogliato per la città.

Per riprendere i sensi decidiamo di camminare fino al porto. Francesca ha sentito parlare del mercato del pesce di Fukuoka e nulla sembra poterla dissuadere.
Col sole in fronte e le mani in tasca percorriamo tutto il porto avanti e indietro. Del mercato non c’è traccia.
Entriamo nei palazzi, negli ascensori e nei capannoni.
Chiediamo a persone che ci dicono di andare a destra.
Chiediamo a persone che ci dicono di andare a sinistra.

Nel frattempo si fanno le 18 e allora ci riflettiamo e capiamo che, con ogni probabilità, il mercato è terminato da almeno 12 ore.

Per consolarci saliamo sulla torre del porto. Da qui si vede l’intera città nelle sue metà, Hakata e Fukuoka, le navi, i treni e le auto che partono ed arrivano e fanno di questa la seconda città più in crescita del Giappone.
Il sole tramonta di fronte a noi bagnando tutto di rosso e la città sembra bella, anche se solo per un istante.

Di sera incontriamo Luciano e Agostina, la coppia argentina che stava con noi a Kyoto, e Warren e Natasha, la coppia messico-australiana con cui avevamo condiviso l’ufficio a Yangshuo, alla scuola Omeida.
Natasha studia Giapponese, Warren insegna inglese.
Penso alla fortuna di sto bastardo madrelingua inglese. Con 8 ore di lavoro alla settimana si paga affitto, cibo e alcol. Quando gli chiedo come se la passa mi risponde: “This is a gold mine”.

Lungo le rive dei canali si trovano gli Yatai stands, dei ristoranti che sembrano ricavati dalla carcassa di una roulotte. Saranno una trentina, uno in fila all’altro, e si distinguono solo per il colore del tendone.
La piccola cucina è al centro di un ferro di cavallo creato con le panche e la richiesta è tanta e pressante quindi arrivi, ti siedi, mangi e te ne vai.

Noi ne scegliamo uno che pare sia molto buono. La specialità sono i Tonkotsu Ramen, spaghetti spessi come tre dei nostri e cotti in un brodo ricavato dalle ossa del maiale.
La signorina che ci fa sedere è molto chiara: 1 persona, 1 ordinazione. Se vuoi solo parlare o bere una birra vai da qualche altra parte e lo stesso vale se cerchi inchini ed ossequi.
Dopo la cena ci fermiamo sulla riva di uno di questi canali con delle birre. Parliamo un po’ di quello che abbiamo visto e di quello che abbiamo capito.

Nessuno di noi comprende la venerazione che i giapponesi hanno per gli americani. Sin da piccoli imparano che gli americani li hanno liberati e a noi, che abbiamo ancora in mente quanto visto ad Hiroshima, suona tutto un po’ vuoto.

Dopo poco Luciano ed Agostina ci abbandonano perché il giorno dopo hanno il traghetto per Busan quindi proseguiamo la serata con Warren e Natasha in un parco non troppo distante.

Ricordiamo Yangshuo, la Cina e parliamo di un po’ di cose che ora non ricordo visto che, nel frattempo, perdiamo il conto delle birre.

Promettiamo di rivederci, chissà dove, e poi torniamo al nostro ostello ubriachi da far schifo mentre i ragazzini ci guardano e sorridono pensando che non siamo poi così diversi.


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