Hiroshima – Parte seconda


Il giorno dopo prendiamo il battello per l’isola di Miyajima, nella baia di Hiroshima.
Gli scintoisti decisero di non ammettere sull’isola niente che potesse sporcarne la sacralità, motivo per cui fu preclusa per molti secoli a chiunque non fosse un monaco. Ancora oggi non è permesso nascere o morire su quest’isola.

Abbiamo gli occhi ancora appiccicati dal sonno ed una leggera pioggia batte sui vetri mentre Ootorii, il torii rosso del santuario di Itukushima, ci aspetta immerso nell’oceano.
L’isoletta è popolata da cerbiatti perennemente affamati ma, a differenza di quelli di Nara, dei cartelli sconsigliano di avvicinarsi e nutrirli perché non sono addomesticati.

Procediamo subito verso il santuario di Itukushima perché è il più vicino ed il più famoso. In realtà non è tanto lui ad essere famoso quanto il torii e pur di vederlo paghiamo 600 Yen (€5).
Il santuario è fatto da larghe palafitte collegate da passerelle di legno che l’acqua arriva a sollevare durante l’alta marea, ragion per cui le assi vengono cambiate ogni pochi mesi.
Non è niente di particolare ma mentre camminiamo verso il torii ci imbattiamo in una cerimonia scintoista che non possiamo che ammirare in silenzio. Due sacerdoti, avvolti in un kimono bianco, benedicono una famiglia con un rito fatto di gesti perfetti.

I turisti sono tutti di fronte al torii rosso e non serve spiegarne il motivo. Alto 16 metri e bagnato dalle maree dal 1168, il tetto curvo a sostenere il peso del cielo, sembra appartenere più all’oceano che agli uomini.
Una passerella si inoltra nel mare più delle altre e ci sono così tanti turisti che per fare la foto ci si mette in fila indiana. Una foto, al massimo due, e poi si cede il passo.
Arrivati al fondo del santuario ci rendiamo conto che si poteva entrare da questo lato senza pagare il biglietto ma non ci sentiamo poi tanto truffati.

Il nostro giro dell’isola procede con il tempio Daisho-In, alla base del monte Misen, che è meta di pellegrini buddhisti da tutto il mondo, compreso il Dalai Lama.
Visto che diluvia ci passiamo molto tempo e non ci va così male perché è molto bello.
Anche qui, come al Kyomizu Dera, c’è una grotta sotterranea dedicata all’utero della madre del Buddha.
Non saprei spiegarne il motivo ma la totale assenza di luce e rumore altera la percezione del tempo così da far sembrare minuti i pochi secondi passati là sotto. Anche se sai cosa ti aspetta ci rimani sempre un po’ così e anche in questo caso passano alcuni minuti prima che ricominciamo a parlare.

Daisho-In ha due particolarità. La prima, quella noiosa, è un braciere attivo da 1200 anni che si ritiene essere il cuore spirituale dell’Isola. La seconda, quella bella, è che ci sono circa 500 statuette di pietra che indossano un berretto di lana a righe. Rappresentano i 500 guardiani del tempio e sono assolutamente adorabili.

Il tempio sembra voler riassumere in sé tutte le formule scaramantiche del buddhismo e, quindi, è pieno di scale della fortuna, ruote della vita, campane della felicità e noi vediamo bene di non saltarne nemmeno una.
Non è che ci crediamo davvero, però non si sa mai.

Vaghiamo in cerca di qualcosa da ammirare e, quasi per caso, troviamo la pagoda di Goju-no, che si vede arrivando dal mare. Rossa di un rosso vermiglio, con i suoi 27 metri sale verso il cielo come una pira incendiata. Come quasi tutte le pagode non è visitabile quindi proseguiamo in fretta verso il piccolo budello di vie di Miyajimacho.
Negozi e ristoranti come un qualunque altro posto turistico, scolaresche esaltate dalla giornata lontana dai banchi, fotografie un po’ qui e un po’ là.

Perdiamo un po’ di tempo in giro prima di renderci conto che l’unica cosa da fare è tornare ad Hiroshima. Camminando verso il molo ci imbattiamo nel Senjokaku, il padiglione dei mille tatami dedicato alla lettura dei sutra. è l’edificio più grande dell’isola ma la sua facciata è rimasta incompiuta perché il suo finanziatore, Toyotomi Hideyoshi, morì prematuramente. Una vera sfortuna.

Di nuovo il battello e di nuovo la pioggia ma questa volta il torii si allontana.

In città abbiamo visto quello che c’era da vedere tranne il castello ed è proprio lì che ci rechiamo. Non è un luogo turistico molto considerato ed, effettivamente, dopo aver visto quello di Himeji possiamo confermare che non è imperdibile.
Mura gigantesche, fossati in cui si riflette la luna, cunicoli per depistare gli invasori. Tutto quello che vediamo è una ricostruzione e pure qui, alla fine, si finisce per parlare della bomba atomica. Ma non ci pensiamo troppo e passiamo l’ultima sera passeggiando nel suo parco, noi e nessun altro.

Mentre torniamo a casa ripassiamo dal centro. Di nuovo il Dome, trafitto dalla luce della luna, e di nuovo il Memoriale della pace. Poche persone come noi ma così lontane da darci l’impressione di essere da soli.
Le luci, deboli, illuminano il monumento dedicato ai bambini e quello dedicato agli studenti. La pioggia annaffia il prato ma la terra diventa fango, come una ferita ancora aperta.
Non ne possiamo davvero più e ci dirigiamo verso l’ostello. Sulla nostra strada tanti ragazzi bevono e ridono seduti sul marciapiede.

Avranno più o meno vent’anni, acconciature discutibili e birre economiche, potrebbero essere la gioventù di qualunque parte del mondo. Mai toccati dalla storia, nessuna rabbia e nessun senso di colpa.

La mattina dopo abbandoniamo l’ostello, diretti a Fukuoka.
I sentimenti su questa città martoriata sono piuttosto confusi. Hiroshima città della bomba, Hiroshima città della Pace, Hiroshima arsenale del Giappone, Hiroshima contro l’armamento nucleare, Hiroshima che si chiede il perché e Hiroshima che, nonostante tutto, è ancora qua.

Arriviamo davanti al Peace Memorial Museum e vediamo tanti operai che allestiscono delle bancarelle. Scaricano delle piantine in minuscoli vasetti e adornano quello che sembra un cono fino a dargli l’aspetto di un gigantesco albero. Tanta gente va al lavoro e qualcuno si ferma a guardare. Le signore sorridono mentre i ragazzi stanno in piedi sulle biciclette.

Gli operai scaricano i bancali con una grazia che può essere solo giapponese. Nessuno parla e, in pochi minuti, altri centinaia di vasetti colorano tutto il prato.
Compongono degli ideogrammi. Alcuni gialli, altri viola. Per noi è bellissimo anche se incomprensibile.

E camminando verso la stazione passiamo sotto un enorme striscione che dice: Festa dei fiori.

Perché alla fine, nonostante l’inverno, arriva la primavera.

 


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